Virgilio Marchi

Biografia

Nato il 21 gennaio 1895[1], in quella straordinaria stagione lirica Mascaniana livornese, Virgilio Marchi studia all’Istituto Tecnico di Livorno e successivamente all’Accademia di Belle Arti a Lucca; si diploma venticinquenne alla Scuola Superiore di Architettura del R. Istituto Provinciale di Belle Arti a Siena, nel 1920 e, in quanto studente brillante, già nel 1912, gli viene conferito il Premio Biringucci a cui segue una borsa di studio dalla Fondazione Ramond, nel 1913[2].

La straordinaria carriera di Marchi lascia una vasta produzione di architetture pubbliche e private, costumi e scenografie per cinema e teatro, scritti teorici, creati e formulati in una delle stagioni più vive e controverse del panorama artistico italiano della prima metà del XX secolo. In lui si infondono espressioni e stilemi contrastanti tra loro: secessionismo e futurismo, princìpi protodecò e rigore razionalista.

Spirito giovane e rivoluzionario, Virgilio Marchi, come molti artisti contemporanei, partecipa attivamente al fronte della Prima Guerra Mondiale[3], interrompendo per un breve periodo i propri studi. Il turbinio della politica interventista, patrocinata nelle attività umane da quel gruppo di irriverenti e spavaldi autori che si fanno chiamare “Futuristi”, capitanati dal mentore Filippo Tommaso Marinetti, quest’ultimi sensibilizzano con il loro esempio l’estro dell’architetto livornese. Entrato a contatto con Giacomo Balla nel 1916[4] e con Marinetti durante l’esposizione di disegni che ha luogo durante il suo alunnato presso la Scuola Bombardieri di Livorno nel 1918[5] Marchi studia i sovversivi manifesti futuristi, concentrandosi soprattutto sulle soluzioni informali annunciate dalla mente di Antonio Sant’Elia[6] e Umberto Boccioni[7]; la sua adesione al secondo futurismo, che risorge dagli infausti anni della guerra, è spontanea. Come scrive Guido Calderini a proposito dell’artista toscano: “Dopo Antonio Sant’Elia, il Marchi è l’unico giovane architetto che abbia studiato con audacia il problema del rinnovamento di quest’arte rivoluzionaria in seguito all’invenzione dei nuovi materiale in costruzione”[8]. Da intraprendente studente, già durante il periodo bellico, egli abbozza le embrionali idee personali sulla nascente cultura architettonica coeva, che prendono forma nel 1920, quando Virgilio Marchi pubblica il Manifesto dell’Architettura Futurista, dinamica, stato d’animo, drammatica su “Roma Futurista”[9], nel quale non manca di pronunciare una lapidaria sentenza su come gli edifici contemporanei siano caratterizzati “da un deplorevole ibridume”[10]. Partecipando allo stesso tempo alla sua prima conferenza pubblica presso l’Assemblea Popolare di Siena[11], da desso, la fama che ne discende, permette a Marchi di essere coinvolto tra gli attori principali del lungo e affaticato dibattito sull’avvenire incerto del recente patrimonio culturale futurista post santeliano; testimonianza di questi vivaci interventi sono i numerosi articoli apparsi nelle maggiori testate futuriste e di settore, come “Testa di Ferro”, “Dinamo”, “L’Impero”, “Centauro”, “Cronaca d’attualità”, “Scenario”, “Cronaca d’attualità”, giungendo in un secondo tempo al compimento del suo primo manuale teorico pubblicato da Campitelli nel 1924: Architettura Futurista[12].

Nel 1925 Marchi aderisce all’Esposizione Futurista (Sezione Scenografia) al Winter Club di Torino, successiva a un’altra sua presenza per il I Congresso Futurista di Milano (1924), mentre nel 1926 espone all’International Theatre Exposition a New York, a cui segue l’esibizione di 13 opere progettuali alla I Mostra di Architettura Futurista di Torino nel 1928, ricevendo sentiti onori alla sua personale presso il Teatro degli Illusi di Napoli nel 1929. Sono gli anni di maggior impegno e riconoscibilità pubblica alle novità che egli apporta nella officina del teatro novecentesco, in cui l’artista toscano ottiene premi, come alla Mostra del Teatro nella Esposizione Internazionale di Barcellona (1930), alla Esposizione di scenografia all’Associazione Artistica Internazionale di via Margutta, inaugurata da Marinetti del 1932 con la direzione artistica di Corrado D'Errico, alla XCVII Mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti (Sezione Architettura Scenica) e alla XVI Biennale di Venezia (Mostra sul teatro italiano e straniero), del 1942.

Chiamato a Roma dalla sua città natale nel 1921 da Anton Giulio Bragaglia, si apre una rinnovata stagione creativa per Marchi, il quale entrando a far parte dell’entourage di Casa d’Arte Bragaglia, a Palazzo Tittoni in via degli Avignonesi[13] allestisce qui, nel 1922, la sua prima personale artistica a soli 24 anni[14]. Come lui stesso descrive nell’occasione: “In questa esposizione è riunita una serie di studi, tentativi e ricerche di un nuovo carattere dell’architettura”[15]; l’originalità dell’operato giovanile dell’artista toscano, infatti, è concentrato nel felice tentativo di superare l’idea del gotico verticalismo architettonico lasciato in eredità da Antonio Sant’Elia. La “vivida genialità toscana”[16] dell’artista livornese risiede nell’abolizione delle canoniche linee strutturali perpendicolari, “cercando il movimento plastico attraverso l’impulso dinamico delle curve”[17], rispecchiando le vibrazioni e gli stimoli ottici e fonetici della vita moderna metropolitana[18]. In Virgilio Marchi si intuisce lo studio di un “lirismo” contemporaneo, che ha come base ideale il concetto di compenetrazioni dinamiche dei piani estratte dal pensiero di Boccioni.

Coinvolto ormai dalle vulcaniche idee di Bragaglia, per quest’ultimo Marchi si cimenta, per la prima volta, in un progetto legato al mondo dell’arte recitativa, erigendo il suo primo teatro, con annesso un bar futurista: il Teatro Sperimentale degli Indipendenti[19].

Divenutone allo stesso tempo scenotecnico ufficiale, gli spazi della neonata struttura romana si trasformano in un laboratorio di creazione teatrale per il giovane Marchi, scoprendo come la scenografia ampliasse i margini delle ricerche espressive futuriste, al contrario dell’architettura, che ben poco concede alla sua estrosa inventiva. In un anno di lavoro si approntano originali intuizioni d’avanguardia per la messa in scena di La Fantasma, Malagueña, I guai di Don Pascalotto, Mendicanti, Ballo del 2000, Circe e altri.

Nel 1924 l’architetto livornese costruisce su commissione della Compagnia del Teatro d’Arte di Roma di Luigi Pirandello, la sala del Teatro Odescalchi, in piazza sant’Apostoli a Roma[20]; ne nascerà una longeva e intensa partecipazione professionale alle attività del teatro drammatico, in cui Virgilio Marchi sovraintende ai fondali per Gli dei della montagna di Lord Dunsany, Nostra Dea di Massimo Bontempelli, Bellinda e Il mostro di Bruno Cicognani, La sagra del Signore della nave, L’amica delle mogli, Ciascuno a suo modo suo e la Nuova Colonia[21] di Pirandello. È in occasione della messa in scena per l’Enrico IV, nel 1925, che Virgilio Marchi introduce per la prima volta un elemento scenografico di forte impatto psicologico come reale protagonista drammatica del palcoscenico. Teorizzata già nel 1921 su “Cronache d’attualità”, si tratta di una particolare prospettiva a imbuto decentrata, la cui ardita essenza espressionista si insinua nel coraggioso rapporto tra futurismo e drammaturgia.

La febbrile creatività marchiana conduce a fiorenti risultati innovativi nel campo dello spettacolo, giungendo a collaborare per noti teatri storici italiani, come per la compagnia teatrale di Lamberto Picasso a Roma, il Teatro Manzoni di Milano, il Teatro di Torino, l’Opera des Champs Elysées (una tournée teatrale all’estero durante la quale Marchi è incaricato da Guido Savini a realizzare scenografie e costumi per Italiana in Algeri di Guido M. Gatti), il Teatro Valle di Roma, la Fenice e il Teatro Verde di Venezia, l’Arena di Verona, i Giardini di Boboli.

Per oltre un trentennio l’architetto si dedica con energia alla realizzazione o restauro di palcoscenici di gran livello nazionale, purtroppo non tutte a lieto termine a causa delle ristrettezze economiche statali, che vessano il territorio italiano alla fine della terza decade del secolo. Cominciando dal primo progetto di ristrutturazione del Teatro Comunale San Marco di Livorno nel 1926, negli anni a seguire Marchi aggiorna l’antico complesso ottocentesco del Teatro degli Indipendenti a Castelfiorentino (1929), mentre, pochi anni più avanti, su richiesta del Podestà senese Fabio Bargagli Petrucci, appronta l’idea di rinnovo dei locali del teatro storico “dei Rinnovati” di Siena (1931)[22], struttura mai conclusa come l’Istituto del Teatro Drammatico di Roma (1933) e il Teatro all’aperto Puccini di Viareggio (1940). Suo vero capolavoro di architettura postbellica è il Cinema Teatro Odeon di Livorno, i cui primi disegni datano 1946, e fanno eco altre imponenti rifacimenti di teatri della sua città natale, come il Teatro Goldoni (1942) e Teatro Politeama (1946).

Nel sottobosco della più nota produzione architettonico scenica, Virgilio Marchi, già dalla età più giovane, è solito ideare villini e castelli[23], la cui realizzazione è ancora poco conosciuta. Il gusto dominante iniziale è affine a un anglofono neomedievalismo tardoliberty, che in Italia contemporaneamente trova in Gino Coppedè il maggiore ed estroso baluardo. Successivamente, l’artista livornese, rinnegando la sua giovanile passione, dedica sul tema del “coppedismo” un capitolo in Architettura Futurista, nel quale, in toni polemici, sottolinea la “decadenza”[24] del genere stilistico e la vacuità della sua funzione. Sono le “forme pure e nascenti”[25] la moderna disciplina perseguita da Marchi a cominciare dal 1922, quando, in occasione del suo intervento al Primo Convegno del Paesaggio a Capri, l’autore toscano rimane artisticamente folgorato dal linguaggio architettonico autoctono dei “primitivismi capresi”[26], dal cui esempio antico, egli non ne emula le petulanti nostalgie, ma ne estrapola la semplicità popolare e la genuina naturalezza. Tale maturazione si infonde presto nei lavori per la Villa Cappa Marinetti a Capri (1927) e della Villa dei tre orologi (1930) per la famiglia Parodi Delfino, di aspirazione già barocchetto. Per quest’ultima importante famiglia imprenditoriale, Virgilio Marchi, nel 1932, dà forma all’idea per Case razionali per ufficiali di collaudo nel Polverificio di Segni[27], che traccia un primo passo verso quell’inclinazione razionalista degli anni ’30[28], a cui egli aderisce, come sempre, con venata “classicità” contro ogni freddezza stilistica[29].

Negli anni del fervore politico italiano delle Campagne d’Africa, vengono presentate pubblicamente idee per un Palazzo Littorio, nel 1934, e quasi contemporaneamente per un’ambiziosa esposizione universale, ricordata con il nome storico di E42[30]. Marchi prende parte a entrambi i concorsi, presentando edifici che, seppur privi di retorica nazionalista, sono fieramente descritti dalla critica dell’epoca come ricchi di “ispirazione fascisticamente virile”[31].

Come si evince dai numerosi interventi critici nella “La Gazzetta del Popolo”, “La Nazione”, “Il Secolo”, “Augustea”, “L’argante” e “La fiera letteraria”[32], l’attività di Virgilio Marchi come teorico non è mai cessata, ideando simultaneamente nuovi impegni editoriali, che testimoniano l’evoluzione della semantica architettonica e il definivo tramonto della tensione emotiva della prima avanguardia: Italia nuova architettura nuova (1931)[33] e Introduzione alla scenotecnica teatrale e cinematografica (1946).

L’ultima ma non meno importante stagione di produttività artistica, Virgilio Marchi la dedica alla scenografia cinematografica, intraprendendo dal 1935, con il film Milizia territoriale di Mario Bonnard, una lunga e proficua carriera di sperimentazione e adattamento dei caratteri scenografici teatrali alla recente arte, su circa sessanta film. Firma le ricostruzioni ambientali e costumi per i maggiori autori, tra cui Alessandro Blasetti (Un’avventura di Salvador Rosa, La corona di Ferro, La cena delle beffe, Quattro passi tra le nuvole) e i neorealisti Roberto Rossellini (Un pilota ritorna, Europa51, Francesco giullare di Dio) e Vittorio De Sica (Stazione Termini, Umberto D).

Nell’ultimo ventennio della sua vita, gli onori alla sua longeva professione di urbanista, architetto e scenografo e costumista, si concretizzano nell’elezione a ruoli di primo piano nell’insegnamento. Designato come Direttore dell’Istituto d’Arte di Siena, tra il 1931 e il 1940[34], si succedono nuovi incarichi come alla R. Accademia Nazionale d’Arte Drammatica dal 1936 (cattedra di “Scenotecnica”[35] e “Storia del costume”), mentre tra il 1944 e 1946 è impegnato all’Istituto d’Atte di Venezia, come insegnante di Scenografia, e più tardi al Centro Sperimentale di cinematografia a Roma, sostiene la cattedra di “Scenografia” dal 1951 fino al sopraggiungere della sua morte, il 30 aprile 1960[36].